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Amore e Psiche – La leggenda di un amore senza tempo

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Una metafora emblematica dell’eterna lotta tra logica e istinto. Lo squarcio netto tra cervello e cuore.

Scelgo di usare la testa o assecondo le ragioni del cuore?

Amore e Psiche, una favola di altri tempi ma priva di scadenza.

Nata nel II secolo d.C. per mano dello scrittore latino Lucio Apuleio, andiamo a raccontare una composizione estratta da ” Le metamorfosi o L’asino d’oro “.

In principio…

Psiche era una bellissima fanciulla, armoniosa e piena di grazia, ma nonostante ciò non aveva ancora trovato chi chiedesse la sua mano.

“Vi erano in una città un re e una regina. Questi avevano tre bellissime figliole. Ma le due più grandi, quantunque di aspetto leggiadrissimo, pure era possibile celebrarle degnamente con parole umane; mentre la splendida bellezza della minore non si poteva descrivere, e non esistevano parole per lodarla adeguatamente”.

Accolta dai popoli vicini, la chiamavano Venere e le venivano offerti sacrifici in dono.

Tanto da nutrire le invidie di Afrodite, dea della bellezza, che scoperta l’esistenza di Psiche, decise di mettere in atto la sua vendetta: inviare il figlio Amore per farla innamorare dell’uomo più repellente ed avaro della terra.

Così Amore si recò dall’ignara giovane per scoccare una delle sue infallibili frecce.

Ma trovatosi al suo cospetto, rimase talmente folgorato dal suo fascino da sbagliare mira e colpire il suo piede, facendolo innamorare perdutamente della meravigliosa fanciulla.

Intanto i genitori di Psiche preoccupati per la sua sorte, decisero di consultare un oracolo.

« Come a nozze di morte vesti la tua fanciulla ed esponila, o re, su un’alta cima brulla. Non aspettarti un genero da umana stirpe nato, ma un feroce, terribile, malvagio drago alato che volando per l’aria ogni cosa funesta e col ferro e col fuoco ogni essere molesta. Giove stesso lo teme, treman gli dei di lui, orrore ne hanno i fiumi d’Averno e i regni bui. (IV, 33) »

Per tale ragione la povera ragazza venne abbandonata, seppur a malincuore, in cima ad una rupe.

Amore, grazie all’aiuto di Zefiro, riuscì a portarla con al suo palazzo per vivere quell’amore mortale in gran segreto in modo da non scatenare le ire della madre.

Amore e Psiche vivono nel castello intense notti di passione ma vige una sola ed essenziale regola: gli incontri dovevano avvenire al buio, un amore proibito che la fanciulla poteva vivere senza però conoscere mai il volto dell’amante.

Una sera, spinta dalle sorelle, decise di scoprire il volto del giovane amato.

Avvicinandosi con una lampada ad olio ed un pugnale, timorosa del fatto che il patto stretto fosse un modo di celare una creatura dalle sembianze bestiali e malvagie, scoprì in realtà la bellezza di Amore.

A tradirla fu una goccia di olio che cadde su di lui.

« … colpito, il dio si risveglia; vista tradita la parola a lei affidata, d’improvviso silenzioso si allontana in volo dai baci e dalle braccia della disperata sposa (V, 23) »

Amore sparì nel nulla e Psiche, divorata dal rimorso, cercò più volte di porre fine alla sua vita ma gli dei non glielo permettono.

Così iniziò ad errare di città in città alla ricerca dell’amore perduto, poi cercò di attirare la benevolenza degli dei.

Alla fine giunse al Tempio di Venere, decidendo di consegnarsi alla dea per riscattare la reputazione del figlio.

Venere decise di sottoporla a quattro prove.

La prima consisteva nel mettere insieme delle granaglie delle stesse dimensioni recuperandole da un intero mucchio.

In preda al panico aveva deciso di rinunciare poiché risultava essere un’impresa impossibile; inaspettatamente un gruppo di formiche colte dalla pietà per Psiche decisero di aiutarla.

La seconda prova da superare consisteva nel la lana d’oro di un gregge di pecore.

La fanciulla si stava per avvicinare, quando una canna verde la fermò per avvisarla del fatto che le pecore di giorno tendevano ad essere piuttosto aggressive e che avrebbe dovuto aspettare il calare della notte per raccogliere la lana che restava impigliata tra i rami.

Nella terza doveva raccogliere dell’acqua proveniente da una sorgente situata su una cima estremamente liscia e pericolosa.

Stavolta in suo soccorso era venuta l’aquila di Giove che voleva rabbonirsi Amore.

Psiche giunse finalmente all’ultima prova, quella più impegnativa: discendere negli inferi per chiedere in dono a Proserpina un pò della sua bellezza.

La giovane non sapendo come fare, aveva provato a gettarsi dalla cima di una montagna che per magia aveva preso vita per indicarle la soluzione giusta.

Venere dunque le aveva consegnato un’ampolla (un regalo di Proserpina) ed ordinato di non aprirla; tuttavia spinta dalla curiosità non riuscì a resistere e ne svelò il contenuto.

Ne uscì una densa nube che altro non era che il sonno più profondo.

Amore, colto dalla nostalgia, decise di aiutarla rimettendo nell’ampolla la nube soporifera e di chiedere una mano a Giove per rimettere a posto le cose.

Il lieto fine

I due giovani si recano nell’Olimpo, dove il padre di Amore fa bere a Psiche dell’ambrosia, trasformandola nella dea protettrice delle fanciulle e moglie del figlio.

La storia si conclude con Amore e Psiche che organizzano un ricco banchetto al quale partecipano tutti gli dei e la nascita di una bambina, chiamata Voluttà.

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