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Parlami d’amore (pag. 311 – 314)

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Parlami d'amore

Benedetta è ancora vicino all’ingresso e continua a sorridere. Ma sono controfigure, penso, solo controfigure. Per la prima volta mi dico tutto quello che non mi sono mai detto. E con lucidità fredda e cinica schiarisco i miei pensieri e torno a mischiarmi tra quelle persone di cui non mi frega un cazzo. Sul tavolo dov’ero seduto noto l’impronta delle due birre che ho lasciato e che non andrà via, ma non mi sento in colpa. L’ho appena tradita e non mi sento in colpa.
Benedetta continua a sorridere e io non mi sento in colpa. Se una colpa c’è è quella di aver cercato troppo a lungo delle controfigure che riempissero un buco più grande. Benedetta era una controfigura.

Le vado vicino, la stringo, le appoggio la mia guancia contro la sua e dico: «Scusami».
Benedetta si volta di scatto. «Di cosa?» chiede confusa.
Di tutto, controfigura, le vorrei dire.
E poi: «Mi dispiace».
Punto.

I nostri corpi su questo letto sono isole nascoste dall’ombra.
La voce di Benedetta è un sussurro che rompe il silenzio.
«Perché mi stai facendo questo?»
La sua voce trema soffocata. È rabbiosa, ma non le rispondo. Non so cosa voglia dire. Anzi, lo so e per questo non le rispondo. Siamo sdraiati sul letto da due ore. Senza parlare. Senza scopare. Navigando sulle nostre rispettive solitudini. Come due sconosciuti. Per una volta, le nostre lenzuola sono stropicciate dalla noia e non dal nostro desiderio. Dalla sua paura e dalla mia disperazione.
Benedetta si alza di scatto e si dirige verso il bagno. Con sollievo sento scorrere l’acqua della doccia.
Ma quella domanda torna a svegliarmi dal mio torpore.
«Perché mi stai facendo questo?»
È riapparsa nella stanza. Mi fissa rabbiosa. Con un tremito nella voce che non avevo mai sentito. L’acqua continua a scorrere.
«Chiudi quel cazzo di rubinetto. Ho mal di testa, non lo sopporto.»
Lei ignora la mia richiesta e mi si avvicina. China il suo viso sul mio, minacciosa. Ripete la domanda sillabando come se non parlassi la sua lingua, come se fossi un bambino ritardato, come se volesse imprimermi dentro quelle parole. «Perché-mi-stai-facendo-questo?»
Con aria debole e apparentemente onesta cerco una confortevole bugia, non ho voglia di parlare. «Benedetta… la testa mi sta scoppiando. La mia vita mi fa venire il vomito. Mi faccio schifo. E non sto facendo niente a nessuno. Semplicemente non ho voglia di parlarne. Non è il momento.»
Sei un bugiardo, Sasha. Sei un bugiardo.
Affondo le mani sotto il cuscino e lo spingo contro il mio viso. Quel sonno malato torna a farmi visita come la mano di un amico, come una indolore via d’uscita, ma lei non ha intenzione di lasciarmi andare.
Si siede accanto a me. Resta in silenzio. Poi: «Se sei troppo stanco per parlare, puoi almeno ascoltare?» mi dice.
E io resto spiazzato dalla sua voce che improvvisamente è bassa e vulnerabile. E non rispondo.
«Non è una strana coincidenza che quel giorno a casa di mio padre c’ero anch’io?» mi dice bruscamente, senza guardarmi.
La mia attenzione improvvisamente cambia e i miei occhi tornano a poggiarsi su di lei, come la mia memoria su quel momento.
«Sasha, io non sono capace di…» Benedetta è nuda e per la prima volta sembra parlarmi senza più nessuna maschera. Sento tutta la sua fatica e tutta la sua vergogna in quel lamento supplichevole. «Cazzo, Sasha, aiutami! Io non sono una che parla.» mi dice alzando la voce.
Ma non riesco ad aiutarla, congelato come sono dentro il mio silenzio. Resto immobile su quel letto, con il corpo raccolto in posizione fetale e la mente in apnea che cerca ossigeno fuori da quella stanza.

“Parlami d’amore”, Silvio Muccino e Carla Vangelista

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