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Pulla – Pandolce al cardamomo di Sabrine d’Aubergine

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Fatto il nostro dovere di bravi cittadini in questo giorno di farsa elettorale (tranquilli, oggi niente polemiche. In giro ne circola già un quantitativo esageramente elevato!!), possiamo tornare ad occuparci del Natale che si aggira con il fiato sul collo sulle nostre casupole.

Come potete notare il mio spirito natalizio, ogni anno, scarseggia sempre più quindi oggi (per cause di forza maggiore, quali un pò di scazzo domenicale) vorrei proporvi una lettura in chiave ironica della tanto attesa (da molti di voi) festività in questione.

Buona lettura.

Natale a casa Zanca di Ettore Zanca

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《 In una fine settembre di trentacinque anni fa, preso dallo sconforto salii nel solaio di casa e presi l’occorrente per farlo.

Era un pomeriggio piovoso e non potevo scendere a giocare con gli amici, il mio Big Jim era salito dalla Barbie del piano di sopra. Erano mesi che ci provava e finalmente lei aveva ceduto.
Di fare la solita guerra tra micronauti (chi li conosce non ha bisogno di tante spiegazioni), manco a parlarne.

Mi misi a fare l’albero di Natale. Mio nonno, che mi faceva da baby sitter, intervenne con la sua solita grazia diplomatica. Anni e anni da militare ad aver a che fare con “mericani” e tedeschi, durante la guerra saranno pur serviti a qualcosa. Mi disse “ma si po’ sapiri chi minchia fai??”.
Nessuno sospettava che ero solamente avanti con i tempi, visto che adesso, a ferragosto già vedo le luminarie natalizie che i primi clandestini carbonari iniziano a mettere fuori, travestite da candele per cacciare le zanzare.
La verità è che in famiglia a volte non capivano le mie doti di lungimiranza. E nemmeno la dote di mio padre capivano. La preveggenza. Lui sapeva.

Ad esempio quando faceva il presepe, usava mettere il terriccio dei gatti per fare le strade di sassi che conducevano alla grotta. Il terriccio ben si prestava a rendere realistica la coreografia di sugheri e pupazzetti. Ovviamente per evitare che i gatti raggiungessero il tutto, metteva il presepe in zone a loro inaccessibili.
Correggo, in zone ipoteticamente inaccessibili. Per cui spesso arrivavano alla installazione sacra e capivano che era composta del terriccio pulito e immacolato, dove loro in altre zone espletavano i loro bisogni.

Mio padre era preveggente. Perchè mettendo quel terriccio, sapeva che il fato prima o poi avrebbe fatto il suo corso, e sapeva che Natale ci aspettava, molte volte, quello che i gatti simboleggiavano con il loro arrivo al presepe.
Un Natale di merda. 》

 

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INGREDIENTI (PER 2 TRECCE):

  • 400 gr di farina manitoba
  • 2 uova
  • 100 gr di zucchero semolato
  • 80 gr di burro
  • 150 ml di latte
  • 25 gr di lievito di birra (io l’ho dimezzato a 10)
  • 3 cucchiaini di cannella in polvere
  • 3 cucchiaini di cardamomo in polvere (per me i semi di 4 bacche verdi)
  • 1 pizzico di sale

PER LUCIDARE:

  • 1 uovo
  • 2 cucchiai di zucchero
  • 3 cucchiai di latte

PREPARAZIONE:

Uscite il burro dal frigo, tagliatelo a fettine sottili e tenetelo da parte.

Intiepidite leggermente il latte ed unite 50 gr di zucchero, il lievito, la cannella ed il cardamomo (se utilizzate le bacche, riducetele in polvere con mortaio e pestello o, per un effetto fai da te ancora più ” artigianale “, inserendo i semi in un foglio di carta forno e passandoci sopra il mattarello come per stendere della pasta frolla!).

Mescolate e lasciate riposare il composto in un luogo asciutto per 10 minuti.

In un contenitore ampio miscelate la farina con il sale e mescolate con le fruste quindi praticate un foro al centro.

Ora montate brevemente le uova con lo zucchero rimasto quindi aggiungete il latte con il lievito, amalgamate ed infine versate il tutto sulla farina.

A questo punto lavorate con un cucchiaio di legno fino ad ottenere un impasto piuttosto morbido ma omogeneo.

Riprendete il burro e ” ungetevi ” le mani con un pezzetto; iniziate ad impastare nel contenitore stesso afferrandolo con una mano per poi batterlo sul vostro piano di lavoro e, sempre tenendolo, ripiegatelo su se stesso.

Ora imburrate anche il piano di lavoro, rovesciatevi la pasta sopra e continuate a batterlo allo stesso modo (vi riporto le parole di Sabrine che spiega bene il da farsi. In pratica si tratta sempre di incordare a mano):

” Afferrate, sbattete, piegate, girate di 90° e ricominciate (immaginate di dover creare una rete di fibre che lo sosterrà durante la lievitazione, e magari ridate una sbirciatina all’accorgimento 10…). Mentre procedete con la lavorazione, continuate a spalmare generosamente di burro il piano di lavoro e a ungervi anche le mani (usate le fettine come una saponetta, giusto per capirci): non solo questo è il sistema migliore per incorporare il burro poco alla volta nell’impasto, ma è anche un rimedio portentoso per evitare che si appiccichi dappertutto. Non aggiungete assolutamente farina: quando vedete che tende ad appiccicarsi, ricorrete al burro. Andate avanti così per circa… 200 pieghe! Non vi spaventate: sembrano tantissime, ma ve la cavate in poco più di dieci minuti (e se contate a ritmo sarà come fare meditazione). “

Alla fine di questa faticata vi ritroverete un panetto lucido ed omogeneo; riponetelo in una terrina leggeremente imburrata, sigillate con della pellicola e lasciate lievitare per almeno 2 – 3 ore lontano da correnti.

Trascorse queste ore riprendete l’impasto, sgonfiatelo con delicatezza con il palmo della mano e ripiegatelo alcune volte su se stesso (sempre nella ciotola) poi riavvolgetelo nella pellicola e lasciatelo una notte in frigo (fino ad un massimo di 24 ore).

Passato quest’altro lasso di tempo, uscite dal frigo l’impasto circa un’ora – 1 ora e ½ prima di utilizzarlo.

Dividetelo in 6 porzioni per poi formare 2 trecce e sigillate bene i bordi.

Disponetele ben distanziate su una placca con della carta forno per poi richiuderle in un sacchetto di plastica e lasciarle lievitare in forno spento per un’altra ora.

Preriscaldate il forno a 220° (anche se consiglio di tenere conto come si comporta il vostro elettrodomestico in fase di cottura o vi ritroverete dei dolci carbonizzati) e preparate la glassa.

Mescolate l’uovo con lo zucchero ed il latte fino ad avere un composto denso.

Infornate le trecce per 15 minuti dopodiché sfornatele, spennellatele per bene.ed rimettete a cuocere per altri 5 minuti.

Una volta cotte, sfornatele e lasciatele raffreddare su una gratella prima di consumarle.

Note aggiuntive (recuperate sempre dal blog di Sabrine):

” Poiché dovete arrivare alla fine avendo esaurito tutto il burro, se siete dei principianti e volete esser certi di tenere il ritmo giusto suddividetelo in… tappe! Dovete incorporarne un quarto con le prime 50 pieghe, metà con le prime 100 e così via… Come si fa una treccia a tre capi lo sapete già, ma questo impasto è appiccicoso anche dopo due lievitazioni, e infarinare il piano di lavoro per ricavare i sei rotolini che vi servono non è una buona idea: la vostra brioche si asciugherebbe un po’, e sarebbe un vero peccato dopo tutto il lavoro che avete fatto. Perciò infarinate il piano solo per metterci i pezzi d’impasto, e ricavate i rotolini lavorandoli tra i palmi delle mani, senza appoggiarvi (vi ricordate come si facevano i serpentelli di plastilina all’asilo? ecco, così…). Inoltre: non serrate troppo le trecce, lasciate un po’ di spazio per la lievitazione (alle brioche la coiffure rigida alla Pippi Calzelunghe non dona affatto). E poi sigillate bene le estremità e giratele al di sotto (pochi centimetri, non esagerate) se non volete che si aprano in cottura. “

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