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Lettere emozionali

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“Immerse and take off.” Women doing things.
Tanja Mirkovic

 

Caro Fabrizio,

ti racconto di un’attesa.

O forse di un milione di minuscole attese.

Vorrei che le parole non avessero tanta bellezza quando le porti in corpo e così poco valore quando vengono fuori.

Ogni tanto mi ritrovo con lo sguardo lontano dal mondo, a pensare a te.

Ricordi quando eravamo ragazzini e avevamo appuntamento fisso al parco?

Non smetto mai di sorridere quando ripenso a quella volta che mi dicesti che ti piacevo ed io imbarazzatissima cercai di cambiare subito argomento. Avevo rese povere quelle due parole che ti scaldano l’anima.

Non ne parlammo mai più, ma restammo grandi amici.

Ora non sono più quella ragazzina o magari la nascondo bene sotto questo strato di pelle.

Adesso sono una donna forte perché debbo esserlo.

Ma il mio cuore, a volte, lontano da occhi indiscreti, trema ancora.

Ho visto Nicole, di recente.

Continua a chiedermi di te ogni volta che c’incontriamo ed io vorrei dirle che finalmente ti sei fatto vivo, che andrà tutto bene e che tu tornerai presto da lei.

La verità è che le dico soltanto di farsi forza perché ogni volta che ci penso non mi vengono le lacrime agli occhi, mi sento mancare l’aria.

E parte un dolore dentro di me, un dolore assordante.

Come se milioni di piccole lucciole tirassero la mia anima e volessero strapparla in mille pezzettini.

Così mi limito ad abbracciarla e le ricordo di farsi forza.

Anche se non sono certa che questo lo stia ricordando sempre e soltanto a lei, forse ogni tanto lo dico pure a me stessa.

Fatti forza.

Se adesso fossi qui a leggere questa lettera, saresti già scoppiato a ridere e mi diresti che sono sempre troppo drammatica.

Sempre pronta a sentire amplificata ogni cosa, come se un tuono attraversasse i miei timpani prima di precipitare al suolo.

Vorrei raccontarti un sacco di cose però poi strada facendo quelle cose, trascorso il momento, le dimentico. Conservo solo quelle importanti.

Ieri sono andata al nostro parco, non ho incontrato nessuno degli amici di sempre.

Probabilmente è la cosa migliore perché dopo la mia partenza, quando decisi di prendere le mie cose ed andarmene senza dire niente a nessuno, non sono più riuscita a voltarmi indietro.

Questo avvalora la mia tesi che tu criticavi tanto.

“Che ne sai che guardandoti indietro non ritroverai qualcosa che pensavi fosse andato perduto ed invece per  ti accorgerai che era proprio quello, semplicemente e dannatamente fantastico?”, lo ricordo ancora. Mi dicevi così.

Beh, poi ho provato ed è stato un autentico fallimento.

Ho scoperto che quando l’amore si dissolve nell’aria come il fumo della sigaretta che ho appena acceso, non appena finisce.

Si accumula solo un taglio sopra l’altro ed un livido vicino ad un altro e poi non resta più nulla.

Anzi qualcosa resta.

Resta l’ossessione e guardarla negli occhi è la cosa peggiore che tu possa augurare a qualcuno.

Quindi ricordami di dirti che hai detto una cazzata e di lasciar perdere i ritorni, di qualunque genere siano. Sono soltanto una mera fregatura.

Ma che dicevo prima…

Ah si, il parco.

Ci sono andata ieri e ho dissotterrato lo scrigno “magico”, quello dove avevamo riposto i nostri tesori ed i nostri sogni.

Faceva proprio schifo.

Tutto pieno di terra, rovinato.

Il legno però ha resistito a qualunque catastrofe naturale sia venuta giù dal cielo.

Ho trovato quei piccoli oggetti che ritenevamo importanti per la sopravvivenza di ogni essere umano.

Mi sa che un vecchio pacco di patatine scaduto e che non si trova più in commercio da anni, non sia un grande affare però è riuscito lo stesso a farmi ridere.

Me ne stavo accovacciata con le gambe incrociate sul prato e ridevo da sola come una scema.

Un ragazzo che passava di lì, mi ha dato un’occhiata perplessa. Io l’ho guardato ed ho pensato che lui non poteva capire. Nessuno poteva capire.

Poi la mia attenzione è tornata fissa su quel tesoro.

Ho trovato la “lista delle cose da fare quando saremo grandi e faremo quello che ci pare”.

Leggendo la tua ho scoperto che avevi ragione, l’avevi sempre avuta.

Abbiamo fatto quasi tutte le cose che c’erano scritte sopra.

Vedi che non dimentico le cose che mi raccontavi quando, entusiasta come un cagnolino che rivede il suo padrone dopo una lunga giornata, venivi da me e buttavi giù un fiume di parole ed io alla fine ammetto che trattenevo dentro di me l’essenziale.

“Finalmente l’ho baciata. Finalmente ho preso una sufficienza. Finalmente ho comprato la moto dei miei sogni. Finalmente…”

Finalmente felice, ogni volta.

Adesso ci sto pensando alla felicità, sai.

Non so come facessi tu ad esserlo sempre, continuamente. Era quasi snervante.

A me certi giorni credo che capiti di esserlo. No, lo sono.

Poi però mi sfugge, la felicità.

Penso che non riusciamo ad andare troppo d’accordo io e lei perché poi riesce a stufarmi.

Come si fa a stancarsi della felicità, Fabrizio?

Vorrei che tu fossi qui per dirmelo, per darmi il consiglio giusto…

Probabilmente mi diresti che se mi sono già rotta, allora non è lei.

E che la devo smettere di pensarci fino a farmi scoppiare le meningi.

“Buttati. Che te ne frega se non va. Non è la fine del mondo! Male che vada ti costruisco una stanzetta sotterranea sotto casa mia. Ti terremo lì come una figlia io e Nicole!”, dicevi.

Così ho voluto crederci e mi sono buttata, scordandomi del paracadute.

Ti giuro che questo è il più disastroso consiglio che potessi darmi. Ma l’ho fatto.

Mi sono lanciata forte e sicura nella mia corazza piena di certezze e sono tornata orrendamente imbarazzata.

All’inizio avrei voluto scavare la fossa più larga e profonda dell’universo e cacciarmi lì dentro per sempre ma poi pian pianino, passin passetto, è passata. Sono riuscita a trasformarla in una storiella da raccontare agli amici o ad un’eventuale nuova fiamma.

Vorrei tanto raccontartela, vorrei vederti rotolare per terra come se avessi le convulsioni perché ridi, come se non l’avessi mai fatto prima.

Per poi trascinare pure me in una mezz’ora buona di risate fragorose.

Adesso mi manchi, se te lo dico (cosa che normalmente non faccio mai se capita di non vederci per un po’ di tempo) è perché adesso avrei bisogno di parlare con il mio migliore amico.

A chi rifilo un pugno sul braccio senza rischiare di tornare a casa con un occhio nero?

A chi confido minuziosamente tutte le mie paranoie?

Chi chiamo per festeggiare o per farmi aiutare a raccogliere i pezzi?

Scorro tutti i numeri in rubrica e nessuno è te, Fabrizio.

Nessun’altro è il tuo migliore amico.

Ne scegli uno ed è per la vita, altro che diamanti.

Il legame che t’intreccia ad una persona come se fosse tuo fratello. Tu lo sei.

Non condividiamo lo stesso sangue ma è come se lui questo non lo sapesse.

Non puoi semplicemente sostituire qualcuno, nessuno può ragionevolmente esserlo.

Non chi ti ha visto cascare a terra, sbucciarti le ginocchia e rimetterti in piedi. Gli occhi velati di lacrime ma senza versarne nemmeno una.

Non chi era al tuo fianco quando hai dato il primo emozionante bacio e poi hai ricevuto la prima imperdonabile sensazione che non amerai mai più.

E poi certo, lo fai ancora.

Sarà diverso ma lo farai.

Me ne sto qui da sola a pensare alla mia casa e lei non c’è.

Mi sento arrabbiata e vorrei mettermi a gridare anche se non lo farò.

Prendo questa lettera e la ripongo nel nostro cofanetto segreto.

Non mi scrollerò nemmeno la terra di dosso per dispetto.

Mi rimetterò gli occhiali da sole sul naso, ricaccerò tutto dentro di me e riprenderò a respirare.

Aspettando il momento in cui prenderemo questa lettera e ci rideremo sopra come due matti.

Poi ti rifilerò un pugno e ti dirò di non farlo mai più perché la prossima volta ti verrò a cercare in sogno e sarò il tuo incubo ricorrente.

Sempre e per sempre,

con tutto il bene che posso umanamente provare.

Da così tanto tempo che non riesco nemmeno più a ricordarlo (no, questo non è vero).

La tua migliore amica.

 

Questa è una lettera che ho voluto dedicare alla memoria di un amico che non c’è più, qualcosa è reale.

Qualcos’altro è solo frutto della mia immaginazione.

Lui in verità non si chiamava nemmeno Fabrizio.

Il ragazzo a cui viene chiesto di rivolgerci ha tutt’altra storia e mi sembra giusto condividerla qui:

«Fabrizio Catalano di Collegno aveva diciannove anni al momento della sua scomparsa. Se ne sono perse le tracce il 21 luglio 2005 ad Assisi, dove frequentava il secondo anno di un Corso di musicoterapia. La sua sacca e la sua chitarra sono stati rinvenuti, in luoghi e tempi diversi, sul sentiero francescano della pace Assisi-Gubbio. Profondamente religioso e molto impegnato nel volontariato, giocava a hockey nella squadra di Pianezza (TO) e suonava nel gruppo strumentale Agamus di Grugliasco (TO). Amava la scrittura e, attraverso il linguaggio poetico e magico delle parole, sapeva esprimere il suo mondo interiore di forza e generosità, apertura e accoglienza. Da quel giorno i suoi genitori non hanno mai smesso di cercarlo, con ogni possibile iniziativa.»

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