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Pizza dolce napoletana

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Leggo e condivido una corposa riflessione di Emilia de Rienzo, un’insegnante torinese.

Tutto diventa solo rumore

«Siamo in crisi di parole. Mi sembra spesso che solo il silenzio possa parlare. Tutto sembra essere stato già detto. E tutto diventa solo rumore. Le parole si ammalano, si svuotano di significato, troppi le usano per nascondere la verità, per imbonire o sedurre la gente. Regna il sospetto. Non ci fidiamo più.

Non ci resta che partire dal limite, conoscerlo, accettarlo. Ritrovare la parola, quella che cerca la verità, quella che non inganna e non si lascia ingannare. E poi esplorare tutto quello che c’è intorno a noi, oltre noi, e scoprire spazi in cui sperimentare il nuovo. In cui il nuovo sia possibile. Quello che parte dal silenzio. Quello che non giudica, quello che ascolta, quello che accoglie l’imprevisto. Quello che si mette in ricerca, che dubita ma sa prendere decisioni, non segue ideologie, ma ha delle idee.

Piccole ri-nascite. Conservare il nostro volto. Non indossare maschere. Non incoraggiare gli altri a farlo. Non lasciarsi dominare da paura, diffidenza, delusione. Camminare passo dopo passo, per quella strada dove l’errore insegna, la difficoltà diventa una sfida, dove chi perde il passo trova una mano che lo aiuta. Accettare la sorpresa, mettersi in gioco nella nostra infinita “limitatezza”.

Proprio il sentirsi “limitati” ci spinge a “cercare altro”, un qualcosa d’altro che non conosciamo e che definiamo cammin facendo senza forse mai trovarlo…
Un tentativo per avvicinarci. Non cerco Dio, non so dov’è. Cerco un uomo che conoscendo se stesso e il male che alberga in lui, sappia scegliere, sappia trovare il coraggio della scelta.

Di nuovo bisogna fare attenzione alle parole. Poco per volta ci abituiamo a sentir parlare della vita e della morte di milioni di persone, di uomini, donne, bambini, come un ingombro, un “fattore di squilibrio”, una sciagura, un’orda. Ascoltiamo e taciamo. Giriamo il nostro sguardo.

Già noi siamo diventati forza lavoro, esuberi…

Ci abituiamo, ci abituiamo a tutto.

La macchina spietata dell’indifferenza fa sempre nuovi adepti. Diventiamo ciechi di un cecità morale. Crediamo che la parola libertà voglia dire non pensare più, non considerare più gli altri, pensare solo a noi stessi. E così non sappiamo più chi siamo.

Aylan, il bambino siriano morto su una spiaggia in Turchia (mentre fuggiva dalla guerra) che aveva smosso tanta gente, che aveva creato un movimento nelle nostre coscienze è stato seppellito troppo in fretta (leggi anche Aylan. Possiamo solo stare a guardare? di Santiago Alba Rico). E gli altri che sono morti dopo hanno smesso di fare notizia.

L’abitudine genera l’apatia. La notizia ripetuta sempre, ogni giorno, più volte al giorno crea ogni tragedia in normalità.

Per seminare il nuovo bisogna saper uscire da ciò che ci condiziona, bisogna impedire che il nostro sguardo veda solo ciò che vogliono farci vedere, che la nostra mente pensi solo ciò che vogliono farci pensare. E anche se non aderiamo alle idee di chi è potente, il pericolo è che ci portino a rinunciare, a diffidare di tutto, a non credere in nulla. Il pericolo è che ci impediscono di guardare lontano, di seminare, di lasciare le nostre tracce.

Il pericolo è che ci facciano sentire inutili.

Piccoli? sì lo siamo, senza dubbio, ma non insignificanti. Nessuno lo è. Siamo piccoli come i semi che cerchiamo di seminare.

C’è bisogno di ritrovare, come dice Annarosa Buttarelli,

“una parola pubblica compassionevole, una parola che per essere pronunciata, ha necessità di un cambiamento reale della mente e del cuore degli uomini. (…) c’è bisogno di cammini concreti, di passaggi pratici, di pensieri dell’esperienza che sostanziano le proposte teoriche”.

C’è bisogno di recuperare la “parola vivente”, il suo valore, il suo senso, la sua rarità.»

INGREDIENTI (PER 6 PERSONE)

  • 300 gr di farina 00
  • 2 uova
  • 100 gr di burro
  • 120 gr di zucchero
  • 1 cucchiaino di estratto di vaniglia
  • 1 cucchiaino di bicarbonato

PER IL RIPIENO

PREPARAZIONE

Lavorate la farina insieme al burro freddo tagliato a cubetti con la punta delle dita finché il composto non risulterà sabbioso.

Aggiungete sia le uova che lo zucchero e impastate brevemente fino ad avere un panetto liscio e omogeneo.

Avvolgetelo nella pellicola quindi riponetelo in frigo per circa 40 minuti.

Preparate la crema pasticcera, una volta pronta aggiungete due cucchiai dello sciroppo di amarene.

Lasciatela raffreddare, sigillandola con della pellicola, prima di utilizzarla.

Riprendete il panetto, dividetela a metà e stendete la prima porzione su un piano infarinato.

Imburrate e infarinate uno stampo per crostate e foderatelo con la frolla; eliminate le parti in eccesso e bucherellate il fondo con i rebbi di una forchetta.

Riempite il guscio con la crema pasticcera, le amarene e un po’ di sciroppo.

Stendete il pezzo di pasta rimasto e con essi richiudete il dolce.

Sigillate il bordo con un goccio d’acqua, poi praticate dei piccoli fori con i rebbi di una forchetta per far sì che la cottura avvenga in modo uniforme.

Infornate a 180° per circa 35 – 40 minuti.

Note

I ghirigori sono una piccola aggiunta personale.

Potete crearli oppure spolverizzare la superficie della pizza dolce con dello zucchero a velo e basta.

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